• Parlare di ambiente è raccontare storie.

    Parlare di ambiente è complicato per tanti motivi. L’argomento è vastissimo, le banalizzazioni e le inesattezze sono un rischio costante, almeno per me, così come la difficoltà di fare arrivare certe informazioni, a seconda del linguaggio e del pubblico.

    Però ci sono due cose, che rendono possibile farlo e pareggiano il conto con le difficoltà. Due strumenti di lavoro potentissimi, di cui ogni educatore ambientale si serve o dovrebbe servirsi, per trasferire conoscenze e competenze che è urgente trasferire, idee che è urgente far circolare.

    Il primo è il principio che, specialmente quando si parla di Ecologia, il mondo è tutto attaccato, le cose sono tutte collegate tra loro, e da qualunque punto della rete si inizi è possibile trovare canali, collegamenti, passaggi segreti per scorrere da un argomento a un altro, da un regno a un altro, da un ecosistema a un altro. E alla fine quello che è bene che arrivi non è la singola informazione, ma la meta-informazione sulla rete che collega le informazioni.

    Il secondo principio è che ogni essere umano, e in un certo senso ogni essere vivente, pensa “per storie”.

    Un’orchidea che si traveste da ape sta raccontando una storia, per giunta falsa, e sa che troverà un’ape disposta a crederci.

    Un seme di cisto che risponde al calore del fuoco lasciandosi stimolare, e inizia a mettere radici dopo un incendio, ascolta una storia e reagisce iniziando a scriverne un’altra.

    Sono storie, quelle che ci circondano, infinite e infinitamente intrecciate e noi, i più sofisticati e pericolosi organismi che siano mai comparsi sul pianeta, su questa cosa del raccontare storie abbiamo basato la costruzione di ogni civiltà.

    “Possiamo capire una cosa solo se qualcuno ce la racconta all’interno di una storia”; è il motto che mi accompagna ogni volta che percorro un sentiero, da solo o con altre persone.

    Siamo storie, siamo fatti di storie.

    Si tratta di non stancarci mai di raccontarle, e di ascoltarle.


  • Scampagnata sull’abisso

    Passeggiare per Caprera significa stare in bilico.

    In bilico tra comodità e natura, tra pantofole e trekking, tra colesterolo e circolazione sanguigna.

    Staccarsi dal tepore di un pranzo post pasquale e andare a camminare, ha sempre qualcosa di eroico. Anche ora che (ormai dal 2002 a dire il vero), le strade principali dell’isola sono state asfaltate e vi portano la macchina all’imboccatura dei principali sentieri. Eroico, si, perché si lascia qualcosa di comodo per qualcosa di .. ehm… faticoso ma esteticamente ed eticamente superiore.

    Divagazioni a parte, quel camminare sui bordi, a pochi centimetri da una macchia che a volte si apre a volte resta a portata di stringa o di manica di golfino penzolante dai fianchi, inestricabile, quel camminare sui bordi appunto, è sfiorare in qualche modo l’abisso. Tra quel mondo vegetale che fa a meno di noi, (pioggia o sole, freddo o caldo, buio o luce non cambiano questo stato di cose) e il nostro ciondolare pesante sull’asfalto, c’è qualcosa come milioni di anni di evoluzione: potremmo sopravvivere per settimane nei venti metri quadri composti dalla combinazione del nostro soggiorno più il bagno. In cinquecento metri quadri di campagna selvaggia, io credo, moriremmo in tre giorni. Forse cinque, a voler essere ottimisti.

    Eppure è tutto così bello, così minuziosamente perfetto, così a portata di fotocamera, di condivisione e di likes. Ma non ci appartiene.

    Può venir fuori un respiro profondo, proprio su un pensiero del genere: questa bellezza non ci appartiene. Sta qui per i fatti suoi e funziona (colori e profumi servono anche in natura per scopi riproduttivi) a prescindere dal nostro esser lì a camminare.

    Fa sentire più leggeri, sentirsi ogni tanto estranei: non padroni, non ai vertici. Estranei, a mala pena accettati da tutta quella rete di relazioni per lo più invisibili.

    Provate a chinarvi su un centonchio, il fiore della prima foto. O su una Evax, uno di quei grumi carnosi della seconda foto. Vi renderete conto di essere giganteschi e vi sentirete, ve lo auguro, inutili, per tutta la bellezza che vi state perdendo a furia di considerare solo esseri con cui vi accomunano la taglia, la lingua e le abitudini, comprese quelle sportive.

    Provate a farla in questo periodo la passeggiata, scegliendo zone di macchia bassa e di piccole radure erbose. Provate a cercare, non dico tanto, due o tre diverse specie di orchidee. Se siete fortunati, e senza bisogno di averne mai viste, potrebbe capitarvi di trovarne anche sei o sette specie, tra orchidi, ofridi, serapidi e altri generi che qui compaiono con specie singole.

    Oppure concentratevi sulle differenze tra i due tipi di giallo delle due ginestre più frequenti. Uno sembra oro, l’altro luce solare.

    Dell’odore, invece, potreste anche non rendervi conto, a meno che non strofiniate volontariamente una lavanda o non vi stropicciate le mani in qualche mirto o in qualche lentisco. I miei preferiti sono altri, e ve li dico volentieri: uno è l’erba gatta (Teucrium marum), parente del basilico, del rosmarino e del timo. L’altro è il fiore della Stracciabraghe (Smilax aspera).  Il primo piace solo a quelli un po’ strani, perché punge dentro il naso. E mi ricorda di quando ero piccolo. Punge veramente, è come un bacio che rompe i capillari. L’altro invece sembra il miele che si fa dal castagno. È profondo, rotondo, pastoso. E, come il primo, non si dimentica. E l’ho scoperto da grande.

    La cosa brutta di tutto questo è che avete appena fatto in tempo ad abituarvi al silenzio, a smettere di controllare i pensieri, che qualcosa vi ricorda che dovete rientrare.  Il tramonto è appena all’inizio, ci saranno almeno due ore di luce, eppure dovete salutare tutta quella pace e tornarvene da dove siete venuti.

    Raggiungete la macchina, mettete in moto, partite. Ma non accendete la radio: la natura vi ha già sputato fuori di sé (o voi l’avete lasciata fare, è uguale), ma la radio no, non ancora, almeno. Aspettate di aver raggiunto la pineta della Marsala (si, quella a quattro zampe dello sbarco dei Mille), le cui ossa riposano accanto a quelle di un mio gatto e di vedere il mare dietro la curva. Sul rettilineo del ponte si può già mandare un po’ di musica, la prima che capita. A meno che non ci sia calma piatta. Allora meglio abbassare il finestrino e scorrere sul mare immobile (in automobile!). Dal G8 in poi non c’è neanche più il ponte di ferro e legno che faceva rumore quando lo attraversavi. Ora è tutto cemento e asfalto. Prima c’era questa specie di ghigliottina acustica, che se eri distratto ti avvisava che stavi entrando a Caprera o ne stavi uscendo. Ora invece passi da una parte all’altra senza suoneria. Non so dire se sia meglio o peggio. Non il ponte in sé, quello è decisamente migliorato, ma quel rumore che faceva da campanello. Una cosa da nulla che però faceva da richiamo e avvisava: dentro-fuori-dentro-fuori ecc.

    Forse meglio così. Non c’è più la soglia che ti dice: “Attento, stai per sfiorare quell’abisso verde così gradevole e così estraneo” oppure, “stai per tornare al tuo calduccio, al tuo rifugio impermeabile, alla tua vita normale”. Si, meglio così. In questo modo sarà più facile vedere Caprera solo come il cortile di casa, ma sarà più facile anche portarsela dietro, lasciarla avvicinare, cercare di capire cos’è quella soglia che sembra solo un bordo di asfalto, cos’è quel mondo verde e intrecciato che ci minaccia con le sue spine e ci incanta con il suo profumo.

    E cosa siamo noi, che ogni tanto abbiamo bisogno di affacciarci su quell’abisso, per respirare un po’.

     

     


  • I segreti di Nymphaea (trekking sull’isola di Spargi)

    Dove: Interno e costa settentrionale dell’isola di Spargi (che gli antichi chiamavano Nymphaea)

    Durata del percorso:  sette-otto ore.

    Dislivello: 300 mt

    Difficoltà: E (Escursionistico). Buona parte del percorso si svolge fuori da sentieri tracciati, su terreno erboso, sabbie, ghiaione, roccia.

    Equipaggiamento necessario: pantaloni lunghi, scarpe da trekking, acqua, pranzo a sacco.

    Equipaggiamento consigliato: fotocamera, binocolo, torcia a batteria.

    Trasporto: si parte la mattina intorno alle nove da La Maddalena o da Palau, alla volta di Spargi. Si ormeggia a Cala Canniccio (Ferrigno) e si parte a piedi alla volta di Petrajaccio, batteria militare antiaerea costruita agli inizi del Novecento. Il punto è decisamente panoramico. Si visita la struttura e si riparte per la tappa successiva.

    Punta Banditi. Sosta di dieci minuti. Altro punto panoramico, ottimo per foto dell’Arcipelago da una visuale insolita.

    Da qui ci si muove alla volta dello Stazzo Berretta, la casa abbandonata del vecchio proprietario dell’isola, Natale. Qui ci fermiamo per mangiare un boccone. Le strutture della casa non sono in buone condizioni, dunque si resta all’esterno per evitare il rischio di crolli.

    La tappa successiva sarà la batteria antinave di Zanotto, coeva della precedente e come quella mimetizzata tra i graniti. La visita alla struttura dura circa un’ora. Anche questa è una postazione panoramica, ideale per foto che abbiano come soggetto il mare e il granito. Dopo di che si riprende la strada del ritorno per raggiungere, nel giro di un’ora, il mezzo lasciato in banchina. Il tragitto di ritorno servirà per soffermarsi su qualche particolarità della costa di La Maddalena, come la chiesetta dei pescatori a picco sul mare o la cava di granito di Cala francese.

    Costo: 25 € a persona. Si parte con un minimo di quattro persone. Gli eventuali costi per la locazione del mezzo di trasporto sono da considerare a parte.

    Vi aspetto

    Luca


  • Nimphaea 2 (un mese dopo)

    A distanza di un mese siamo tornati sul posto.

    C’era più freddo dell’altra volta. Più fredda l’aria e più increspato il mare. La mattinata marcava male. Palle che girano, lavori che saltano, pratiche bloccate. La vita, però, dice questo. Quella che va vissuta, l’unica. Quella che ogni tanto ti apre una finestra e ti dice: affacciati, esci, prendi aria, togliti dalle balle. E dunque, Spargi. Anche sul  gommone abbiamo avuto qualche rogna: bucata la pompa per travasare il carburante, rotto l’imbuto del serbatoio secondario. Roba semplice, però, tutto un altro sapore. In questi casi si taglia una bottiglia, si trasferisce il carburante e si parte. Fanculo la sfiga.

    Anche stavolta, gommone a Cala Canniccio e partenza per Casa Natale. Neanche trenta metri e cominciano le cose serie. Mentre pisciavo (può essere faccenda seria) butto l’occhio a destra e vedo un biacco acquattato sotto un muro. Chiamo gli altri e Fabio (che stava pisciando anche lui), si sistema alla meglio e corre a prendere la macchina fotografica. Fabio è il fotografo di questa equipe informale. Fotografo vero. Vanta numerosi tentativi di imitazione ma, a differenza della settimana enigmistica, non cambia faccia ogni settimana (purtroppo per lui).

    Il biacco è pigro. Se ne sta un po’ in posa mentre spostiamo il cisto che secondo lui lo nascondeva. Riusciamo (riesce) a fare un paio di scatti ma poi quello si rompe le palle e se ne va. Si infila come una biscia tra le pietre del muro e sparisce.

    Si riparte.

    Altri cento metri e vedo (non c’è bisogno di essere scienziati) un anfibio, un rappresentante dell’erpetofauna locale, insomma, un rospo. Smeraldino, per la precisione. Niente a che fare con Al Thani; si chiama smeraldino per il colore di alcune screziature del dorso. A dire il vero ha rischiato di morire. Camminando c’era finito sopra con la mia stessa ombra; non fosse stato per il mio occhio da ehm… scienziato, avrei potuto schiacciarlo senza meno. Invece, che culo, si è salvato.

    Lo fotografiamo in tutte le posizioni che manco una pornostar, e alla fine lo lasciamo tornare verso l’acqua.

    La giornata si è aggiustata alla grande. Inizia a fare non caldo ma quasi. Giriamo a sinistra e iniziamo a salire, facendo un’altra sosta al pozzo che c’è sulla destra. È scavato nella roccia, e a giudicare dalle pozzanghere che troviamo in superficie mi aspettavo di trovarlo pieno. Invece è completamente vuoto. Sia di acqua che di pipistrelli, tra l’altro.

    Ripartiamo per la zona alta dell’isola e questa volta non giriamo per Punta Banditi ma andiamo direttamente verso lo stazzo di Natale Berretta.

    L’altra volta eravamo tornati a casa felici ma con le pive nel sacco. Volevamo chiudere un percorso e non ci siamo riusciti. Da un certo punto in poi la macchia si è mangiata il sentiero che collega Natale con Zanotto, e l’altra volta, dopo una serie di tentativi anche abbastanza faticosi (la macchia sviluppata non è facile da attraversare, ma manco un po’), prima che ci prendesse il buio avevamo deciso di tornare indietro. Questa volta abbiamo voluto ritentare. Quindi ci siamo guardati lo stazzo da lontano, e abbiamo puntato verso ovest. Arrivati sotto Punta Becchi ci siamo fermati a mangiare un boccone. Da lì si vede un panorama incredibile. So di essere ripetitivo, scusate, ma credo sia uno dei punti più belli dell’Arcipelago. Una conca di macchia bassa e rada, piena di elicriso che detta legge a tutti gli altri odori mentre l’occhio rimbalza tra Santa Teresa e Bonifacio  e tutto intorno c’è un silenzio bestiale. Vi dico solo che è da vedere.

    Dopo il panino facciamo un paio di tentativi, più speculativi che agonistici, di buttarci lungo una scarpata o in alternativa un canalone che scendono verso un’altra radura. Ma niente. Passare là dentro significa squartarsi gambe, pantaloni, zaini e forse qualcos’altro. Quindi optiamo per tornare al sentiero e avvicinarci alla zona dove la volta scorsa avevamo perso le tracce del camminamento e ci eravamo arresi. Ovviamente, come sempre, non abbiamo né carte, né bussole, né GPS. A La Maddalena c’è questa mentalità, questa idea per cui in fondo, per entrare in relazione con l’ambiente delle isole la tecnologia non serve. Anzi, se qualcuno si azzarda ad affrontare questi sentieri con qualcosa di più tecnologico delle scarpe, di solito viene schernito con supponenza. Per noi è un po’ come il colesterolo. Sai che fa male, ma cosa fai, ti privi del pecorino e della salsiccia? E quindi, niente orpelli.

    Infatti l’altra volta abbiamo fallito.

    Ma stavolta non ce lo potevamo permettere. Anche perché ho avvisato gli altri due che avrei comunque scritto un resoconto, e quindi era meglio darsi da fare. A proposito della comitiva, di Fabio vi ho detto; il padrone del gommone è Marco. Poi c’era un assente ingiustificato, che per pudicizia sua non nomino.

    Arrivati alla fine del sentiero visibile, ci si presenta davanti il solito prato delimitato dalla macchia. Questa volta lo troviamo devastato dai cinghiali. Non c’è un palmo che non sia stato arato dai musi di quelle povere bestiacce. Continuo a sostenere che sia da idioti introdurre una specie in un’area in cui si sa che non potrà sopravvivere e sarà costretta ad estinguersi, non prima di aver portato con sé altre specie e altri ambienti, straziandoli per cercare un cibo che non c’è.

    Ci lasciamo inghiottire ancora dalla macchia. Che si fa sempre più alta e fitta. Ci orientiamo con l’acqua. Cerchiamo di camminare vicini ai ruscelli anche perché in alcuni tratti si tratta comunque di percorsi semiliberi. Il punto è che bisogna farlo senza infilarci i piedi o peggio le ginocchia. Trekking si, ma Rambo no.

    E comunque il sentiero non salta fuori. Sappiamo che c’è e che è vicino, perché vediamo a poche centinaia di metri i ruderi della vecchia postazione militare, i recinti, i muri. Un percorso li collegava tra loro e con la casa di Berretta. Ma la pelle che Spargi si è giustamente rifatta in assenza dell’uomo, lo ha completamente occultato. In quel momento, quasi convinti che forse è il caso di tornare un’altra volta, a Fabio squilla il telefono. È Andrea, che a Spargi ci ha vissuto. Essendo in mezzo al nulla non riusciamo a dargli il punto esatto (ricordatevi che ignoriamo l’esistenza del GPS); tuttavia lui ci dice che il sentiero passa a trenta metri da una certa garitta in posizione piuttosto bassa, ma utile perché inquadra un tratto di mare importante. Fabio ripete ad Andrea quello che gli ha detto, giusto per essere sicuro di aver sentito bene (sapete, non c’è molto segnale, ogni tanto entra la rete francese, e poi Fabio ha un’età…), io capto un pezzo di discorso, mi giro verso la garitta (sta a cento metri) scavalco un paio di rocce e, magia, miracolo, vaffanculo, raggiungo il sentiero. Era lì, bello largo e pulito. E stava aspettando noi. Cominciamo a darci dei coglioni e a ridere appunto come se lo fossimo. E ne percorriamo un tratto in direzione di Zanotto. Ma ormai non c’è nessuna fretta, ormai è lì e non ci scappa più. Tornando indietro ci rendiamo conto di cosa è successo. Il sentiero esiste eccome, ma gli occhi non se ne possono accorgere. Se ci cammini sopra non lo vedi, non vedi le tue gambe,  affondate nei cespugli che arrivano alla cinta, ma cammini lo stesso perché sotto la superficie delle chiome non ci sono ostacoli. È divertente. Perché nei punti in cui la macchia sparisce e torna la radura, ti giri e non vedi più il sentiero da cui sei appena uscito. È come un incantesimo. C’è, sai che c’è, è lì, l’hai appena calpestato, ma non lo vedi. Decidiamo di non fare gli stronzi e, ogni volta che torniamo sull’erba, raccogliamo delle pietre e costruiamo i segnali per indicare il passaggio. Sembra un gioco. In realtà c’è da farsi male. Capita anche qui che qualcuno si perda, ogni tanto. E non è comunque uno scherzo. E allora, diamo una mano ad altri matti cha avranno voglia di passare di qua. Spargi e l’uomo possono ancora andare d’accordo.

    Mi piace pensarlo, almeno.

    Insomma, ormai ci siamo riusciti, e decidiamo di rientrare. Un’ora a passo svelto e siamo di nuovo al gommone. Rientrando ci fermiamo davanti alla chiesetta dei pescatori per scattare qualche foto. C’è un tramonto che non ammette repliche, una luce radente si infila tra il mare e le nuvole e infiamma tutto quello che tocca. Le rocce sono rosse, la chiesetta brilla come uno specchio d’oro. Il mare sotto di noi si muove lentissimo e col suo peso lambisce i bordi di quel mondo perfetto.

    La vita fa scherzi strani, a volte.

    Io, per esempio, sono nato in paradiso.


  • Il cuore di Caprera. Percorso Trekking.

    Durata del percorso:  sette ore circa

    Dislivello: 400 mt

    Difficoltà: E (Escursionistico). Buona parte del percorso si svolge fuori da sentieri tracciati, su terreno erboso, ghiaione, roccia.

    Equipaggiamento necessario: pantaloni lunghi, scarpe da trekking, acqua, pranzo a sacco.

    Equipaggiamento consigliato: fotocamera, binocolo.

    Trasporto: si raggiunge il ponte di Caprera con mezzi propri. Se necessario passo a prendervi al porto e vi riaccompagno al traghetto a fine percorso.

    Costo: 15 € a persona. Si parte con un minimo di tre iscrizioni

    Prenotazioni: lucaronchilm@gmail.com, +39 3333615136. A brevissimo anche su www.gallura.travel

    Si parte dal parcheggio sterrato dopo il ponte di Caprera e si prende il sentiero che conduce a sud verso la Conigliera. Si costeggia lo specchio acqueo più interno di Stagnali fino a raggiungere la pineta dei pozzi. Da lì si prosegue lungo sterrato e sentiero, si taglia la strada asfaltata e si imbocca una salita che avvicina al complesso di fortificazioni di Poggio Rasu. Si fa una visita ai due impianti e si inizia la discesa verso CALA Brigantina. Giunti in spiaggia si abbandona il sentiero e si inizia un fuori pista per raggiungere il versante est di Teialone. Da qui si risale fino alla vetta -il punto più elevato dell’Arcipelago (212 mt slm) – da cui si scende dopo una seconda sosta. Si raggiunge l’asfalto e lo si percorre per poche centinaia di metri, fino alla lecceta che divide Teialone da Poggio Stefano. Da qui si scollina e si riprende a scendere fuori pista fino a Raggiungere Cala Cuticciu. Qui si compie una terza sosta e alla fine si sale per raggiungere nuovamente la dorsale asfaltata. La si percorre per circa duecento metri e poi si scende, da un vecchio sentiero militare riaperto nel 2003, fino a raggiungere le due dighe di Caprera. Superato l’invaso principale si entra nella zona degli orti di Garibaldi e da qui, con un ultimo tratto praticamente pianeggiante, si chiude l’anello tornando alle auto.


  • TERREDIMARE -Percorsi di Trekking e navigazione costiera nell’Arcipelago di La Maddalena.

     

    La Guida

    Mi chiamo Luca Ronchi, sono una Guida ambientale escursionistica della Regione Sardegna, Filosofo e Maddalenino DOC. Qualcuno di voi forse mi conosce già. Dal 1999 mi occupo di educazione ambientale e escursioni tra le isole che circondano La Maddalena.

    Per chi vuole saperne di più c’è il sito www.lucaronchi.net – Storie e sentieri; mi trovate anche tra gli autori di Sardegnablogger, una delle realtà più interessanti nel panorama dell’informazione online degli ultimi anni, in Sardegna.

     

    Il Capitano

    Sono Giovanni, romagnolo di nascita ma intimamente adottato da queste isole che da sempre frequento e innamorato di questo mare che da sempre continuo a scoprire. Restauratore nei mesi più freddi, per il resto dell’anno accompagno in giro per queste isole chi me lo chiede, a bordo del Kuli, la mia barca.

    Il Progetto

    A partire da quest’anno proponiamo agli appassionati di trekking che amano la Sardegna, una serie di percorsi misti sulle isole dell’Arcipelago, Budelli, Razzoli, Spargi, Santo Stefano, Caprera e sull’isola madre, La Maddalena. “Misti” significa che si cammina e si naviga e che, navigando e camminando, si va alla scoperta della natura unica di queste terre e della loro storia millenaria.

    Le isole minori dell’Arcipelago si prestano a questo tipo di fruizione: hanno estensione limitata, sono molto vicine tra di loro e sono attraversate da sentieri brevi. È la stessa geografia dei luoghi che ci invita a navigare e camminare, toccando anche tre isole al giorno, per scoprire la cifra unica di queste Terre di mare. L’unica eccezione è rappresentata da Spargi, dove è possibile inoltrarsi nella macchia e esplorare per ore. Per i giorni in cui il Maestrale o la Tramontana ci costringeranno a non uscire dal porto, abbiamo pronti cinque percorsi ad anello di bassa e media difficoltà: i Grandi anelli di Caprera. Cinque percorsi che consentono di esplorare Caprera come pochi hanno fatto, andando a scoprire dettagli, curiosità e paesaggi unici, accompagnati dalla più bella cornice che il Mediterraneo possa offrire. Gli anelli hanno lunghezza che varia tra i nove e i diciotto chilometri, e hanno una durata media compresa fra le tre e le sei ore di cammino, inclusa qualche breve sosta per mangiare e riposarsi.

    Su queste isole c’è tutto, si potrebbe dire. Tratti di bosco, le spiagge più belle, fortificazioni monumentali, musei da centinaia di migliaia di visitatori l’anno, ruderi nascosti nella macchia, sorgenti, siti archeologici, panorami a strapiombo sul mare, animali selvatici, piante rare, storie a non finire. Siamo qui per raccontarvi tutto questo e molto altro.

    Vi aspettiamo.

    Luca e Giovanni


  • Nymphaea

    L’acqua dentro il porto aveva tutti i colori del paese, l’altra mattina. Si vedevano le finestre delle case, tanto era calma la superfice e intero il riflesso. Erano anni che volevo tornare a Spargi, ma tornarci davvero. E quando dico Spargi non parlo di Cala Corsara né delle altre spiagge, anche se Cala Corsara resta la più bella insenatura della Sardegna. Quando parlo di Spargi penso all’interno dell’isola.

    Gli antichi  la chiamavano Nymphaea. Sembra che un’isola “piccola” non possa avere un interno. Spargi smentisce questa regola. Quattro km2, contro i diciannove di La Maddalena. Però è alta uguale e c’è solo una casa, abitata, a volte, d’estate. E l’interno di Spargi è Sardegna pura: vallate coperte di lecci e corbezzoli, tafoni, ammassi granitici, funghi. E salite.

    Sapevamo, io e i miei due compari, che quella era forse l’ultima giornata estiva di questo inizio d’inverno. Finalmente. C’è tanto di quel caldo nel cielo che, come si dice in questi casi “ce la farà pagare”. Non si capisce bene chi, cosa, perché e come, ma tutti dicono che “ce la farà pagare”. Un caldo furente, se la gente tra Natale e Capodanno gira a mezze maniche e la mattina le case e la terra sono zuppe d’acqua come dopo una pioggia. Vorrei che ognuno pagasse in proporzione agli errori commessi, ma non sarà così.

    Il gommone, ad esempio, sembrava sudato. La gomma dei tubolari, la coperta, la calotta del motore, tutto era coperto da un velo d’acqua. Un mare così tranquillo però non lo vedevo da anni. Non c’era un’onda. Non un’increspatura. Un mare in cui sembra impossibile persino affondare.

    Tra Cala Gavetta e Spargi incontriamo due o tre barche. Arriviamo a Cala Canniccio (Cala Ferrigno) verso le undici meno dieci, senza avere un percorso prestabilito. L’unica certezza è che vogliamo camminare, salire, allontanarci dal mare. Ormeggiamo il gommone all’inglese e partiamo.

    Per non sbagliare, prima di partire mi tolgo giacca a vento e felpa e rimango a maniche corte. C’è caldo. Sparisce solo nei tratti in ombra ma c’è.

    Il primo tratto è obbligato: sentiero per Petrajaccio. La zona ha prestato il nome a una delle batterie anti nave più belle dell’Arcipelago, completamente mimetizzata nella roccia per camuffare le postazioni di tiro all’occhio dei bombardieri nemici. Il nome evoca durezza: Petrajaccio, pietra e ajaccio, pietra e ginepro. Ma forse, più semplicemente, pietraia. Ci sono altri posti nell’Arcipelago con lo stesso nome. E in tutti comanda il granito.

    Il sentiero presenta tracce chiare, purtroppo. Ci sono passati i cinghiali, da due giorni al massimo. Erano stati introdotti dall’uomo negli anni Ottanta. Dati per estinti da qualche anno, sembrava che la natura avesse ristabilito un equilibrio laddove alcuni somari avevano tentato di stravolgerlo. Ma certi somari non rischiano l’estinzione, e siamo punto e daccapo.

    Al primo bivio pieghiamo a sinistra e iniziamo a salire.

    Qua e là troviamo anche dei funghi. Ma non siamo qui per questo, per quanto, se si trattasse di pleurotus, i funghi della ferula, il discorso cambierebbe. Sarebbe il cardoncello, che qui ha un nome tutto suo: sallazzaru. Sicuramente prende il nome da uno dei due santi, il Lazzaro resuscitato da Gesù o il povero della parabola. Il punto è capire perché, visto che qui non esiste un culto legato a Lazzaro, mentre questo nome del fungo pare esistere solo nell’Arcipelago. Ho una mia idea e un giorno ne scriverò, ma non ora.

    Il sentiero prosegue. Al secondo bivio prendiamo a destra per Punta banditi. Il nome non ha bisogno di spiegazioni. La vetta nasconde un’altra postazione militare. Ogni tanto l’occhio cade su pezzi di ferro arrugginiti. Larghi quanto una mano, spessi due o tre dita, uno diverso dall’altro. Sono pezzi di bomba. Ricordi della guerra che devastò l’Italia e il mondo intero, e che fece il nido nell’Arcipelago, piazzaforte militare al confine col nemico. Il mare però, visto da lassù  è letterario: Omero, Conrad, Izzo, fate voi. Ogni volta che attraverso un forte abbandonato o mi siedo su una piazzola di tiro e guardo il mare, mi chiedo se a quei soldati poteva sembrare bello come sembra a noi. Mi chiedo se avessero un metro uguale al nostro per misurare la bellezza o se, lontani dalla nostra idea di turismo e lontani soprattutto dalle loro case, non avessero piuttosto in odio tutto quel blu. Resto sempre senza risposta e mi faccio sempre la stessa domanda, ogni volta che passo tra quei ruderi.

    Nell’attesa di capire apro un’arancia, la divido con gli altri due ed è ora di ripartire.

    Seconda tappa, Casa Natale, o la casa del pastore. Che poi il vero bandito era lui, almeno per la leggenda. Natale Berretta, maddalenino di origini corse, come molti ai suoi tempi. Nato nel 1797 era diventato il padrone di Spargi. Le cronache lo descrivono, in vecchiaia, come un re omerico, felice della sua vita piena e avventurosa, coronata dal benessere e dalla quiete del suo podere, che contava vigne, granai, frutteti e decine di capi di bestiame.

    Della sua casa e della sua azienda, tenute in vita dagli eredi fino alla prima metà del Novecento, restano ruderi che la vegetazione lentamente ha iniziato a divorare. Gironzoliamo un po’ tra i tafoni e mettiamo il naso dentro alcune stanze, stando attenti a non farci crollare in testa parti del tetto. Poi decidiamo di fermarci una mezz’ora per mangiare un panino e asciugarci al sole. Le scarpe e i pantaloni, dal ginocchio in giù, sono zuppi d’acqua. La vegetazione è fradicia d’acqua perché non c’è vento, e il sole arriva dove può.

    Da lassù si vede poco mare ma tutto intorno è pieno di alberi. È come stare in un altro posto. Non la stessa isola che vediamo ogni volta che prendiamo un traghetto o facciamo un giro in panoramica. Questo lato di Spargi non si intuisce, e per vederlo occorre entrarci.

    Ripartiamo puntando verso nord. Abbiamo due possibilità: o Nord-Ovest, per raggiungere Zanotto (un’altra batteria militare nascosta nella roccia) oppure Nord-Est, tornando sui nostri passi. Scegliamo la terza, Nord-Nord. Nel senso che attraversiamo quella che era la vigna e proviamo a inventarci un percorso che non c’è, o che magari c’era ed è sparito. Non abbiamo bussole, carte o GPS. Abbiamo solo qualche ora di tempo e il desiderio di camminare e guardare. Facciamo un paio di tentativi. Ogni abbozzo di sentiero che imbocchiamo si chiude dopo pochi metri e ci costringe a cercare ancora. Era quello che volevamo. A furia di cercare però, il sole si sposta e comincia ad allungare le ombre. Facciamo un ultimo tentativo: tirare dritti senza sentiero usando la logica. Prendiamo qualche punto di riferimento, una casa, un muro a secco, un gelso, due alberi appaiati, tutti segni di una vita che c’è stata e che poi è andata via, lasciando il posto alla macchia mediterranea. Pensiamo che tra quelle tracce forse è rimasto anche un sentiero, magari nascosto ma non del tutto cancellato da nuovi rami e nuove radici. Forse  c’è, ma non lo troviamo. Sappiamo che se c’è, è là sotto da qualche parte; il sole però è sempre più basso, e prima che faccia buio è necessario tornare all’unico sentiero di cui siamo sicuri.

    Nel giro di un’ora siamo di nuovo sul gommone.

    Il mare è sempre più calmo.

    Non ci sono barche, neanche quelle che di solito, a dicembre e a quest’ora, escono per totanare. Sarà il caldo, saranno i delfini, sarà che ci sfugge qualcosa, ma l’unica barca siamo noi.

    Va bene anche così, penso.

    Prima di salutarci facciamo un salto al bar di Cala Gavetta, quello più vicino al cuore del vecchio porto. Ci sediamo fuori e prendiamo un caffè. Intorno il paese si muove piano, con calma. C’è molto silenzio.

    Penso a come debba essere perfetto, proprio ora, il silenzio di Spargi. E sento che vorrei essere lì.


  • Tra schifo e bellezza

    Altra domenica, altro giro.
    Questa volta La Maddalena, la parte più alta dell’isola. Lascio la macchina a bordo strada e raggiungo il muraglione che circonda Guardia Vecchia. È una struttura enorme, appoggiata al centro dell’Arcipelago e da cui è possibile controllare ogni isola, ogni canale, ogni più piccola barca che decida di avvicinarsi al porto.
    Al centro dell’area fortificata sorge una delle opere più antiche su queste isole: una torre utilizzata ancora oggi per il controllo del traffico navale tra Corsica e Sardegna, costruita in più tappe a partire dalla fine del Settecento, su quello che resta di un edificio molto più antico. Si crede, e io credo, che si trattasse di una torre di avvistamento costruita dai Pisani nel Duecento, quando si affacciarono sulla Sardegna insieme ai Genovesi, per tirarsela di qua e di là come un brandello di carne.
    A duecento metri dalla macchina sono già nel pieno del percorso. Sto ancora costeggiando l’angolo di nord est della cinta e vedo sotto di me quello che resta di un impianto per il riciclaggio degli inerti, installato sopra l’ultima discarica a cielo aperto dell’isola, chiusa dopo il 1997 dal Decreto Ronchi. Ora è chiuso anche il centro di stoccaggio. La discarica, coperta dalle ruspe dopo la chiusura, è ancora viva. Dicono che il materiale accumulato per decenni continui a bruciare nel buio e senza ossigeno, per effetto di temperature altissime. Dicono anche che qualcosa stia iniziando a sgusciare via dal fondo della discarica e a scorrere lungo il fondovalle. Dicono. È qualcosa su cui cercherò di capire meglio nei prossimi mesi.
    Raggiungo lo spigolo a nord est e giro a sinistra. Sto cercando Pleurotus, il fungo della ferula, che in Sardegna ha tanti nomi: cardulinu ‘e pezza, antunna, ferrulazzu, sallazzaro. Quest’ultimo nome esiste solo qui,e sto cercando di capire perché; ho anche un’idea, un giorno ve la racconto. Tra i becchi di granito che sbucano ovunque, ogni tanto si fa spazio un lembo di bosco: dieci alberi, venti, non di più. E io mi ci infilo, a caccia ti porcini tardivi; ne trovo solo uno, grosso, completamente bianco per la muffa che lo ricopre.
    Riprendo a muovermi verso ovest e ogni tanto mi fermo a guardare la Corsica. Oggi c’è un bel sole, poco vento che non riesce nemmeno ad asciugare il muschio sulle rocce. Sembra primavera e per certi aspetti lo è. A un certo punto sento ali che sbattono. Non faccio in tempo a fargli foto: è un germano reale che si stava sollazzando in una pozza e a cui ho rotto le scatole. Per questa zona è un incontro insolito. Più in basso c’è il bacino artificiale, che dopo l’alluvione trabocca di acqua e uccelli di passo. Ma quassù…
    Mi colpisce una cosa, di quel tratto. A sinistra corre il terrapieno che protegge il forte: qualche chilometro di muro in pietra per quattro, cinque metri di altezza. Alle mie spalle si intravede ancora la discarica: sta per sparire ma ancora si vede. Lontano, in basso, l’ex villaggio delle famiglie americane, vuoto dal 2008. Sparse nella campagna, ancora più lontane, pochissime case. Non sembra un’isola abitata. Tra l’altro, a parte i tralicci dell’alta tensione e qualche muro a secco risalente alle chiudende, nel raggio di almeno cinquecento metri non trovo segni di invadenza umana. Non una bottiglia, non una cartaccia, nulla. Il fatto che la discarica sia sottovento rispetto al ponente, che qui comanda, fa sì che la zona sia rimasta pulita nonostante la sporcizia accumulata poco distante per anni: “la campagna è pulita” penso e mi illudo. Fino a che non mi compare davanti il primo ginepro completamente secco. È un segno dell’invadenza dell’uomo, altroché. Siamo presenti anche qui, anche in questo modo subdolo; anche senza cartacce, anche senza lattine disperse. È la globalizzazione. Piante della macchia che si seccano e muoiono, con una progressione a macchia di leopardo che mette paura. È una fitopatia. È un fungo (in realtà sono molti) che attacca certe specie ma che è in grado di estendersi anche ad altre: penetra la pianta dalle radici o dalla chioma, e la devasta. Si tratta di patogeni probabilmente arrivati in Sardegna con frutta e verdura coltivate altrove. Basta una discarica di rifiuti organici, una buccia di banana buttata su un sentiero, uno scarpone che porta il fango da una zona all’altra, un cinghiale che struscia il pelo su una pianta infetta e si infila nella macchia, e les jeux sont faits. Scatto due foto, scaccio i pensieri brutti e me ne vado.
    Finalmente raggiungo un pianoro di macchia bassa su cui svettano decine di ferule. Mi avvicino e inizio a girarmele una per una. Non trovo nulla e sto per cambiare zona, quando poco più su di un ruscello vedo un gruppo di funghi. Bellissimi. A occhio saranno almeno un chilo e mezzo. Chiari, apparentemente sodi. Poggio il cestino, estraggo il coltello, lo apro e mi inchino per iniziare i tagli. Fanculo. Il primo è zuppo d’acqua e manda cattivo odore. Taglio il secondo. Idem. Lamelle già staccate dal cappello e muffa dappertutto. Stessa cosa per gli altri. Tengo i tre più sani e lascio gli altri al loro posto. Riprendo a muovermi. Ormai sono sotto il muraglione. Visto da vicino è imponente. Ricorda le mura che si vedono in molte città antiche: Pisa, Roma, Cagliari. È anche normale che sia così. Sono mura militari, con funzione anti assedio. L’effetto, per chi guarda da sotto, deve essere lo stesso nei secoli. L’amianto però non c’entra nulla. Sotto il muro, in una posizione che indica chiaramente la provenienza del materiale (dall’interno del forte), un vecchio serbatoio per l’acqua, fatto a pezzi e buttato giù, senza neanche la delicatezza di sotterrarlo o pitturarlo o avvolgerlo per contenere la dispersione delle fibre. Nulla. Amianto nudo buttato alle intemperie da chissà quanti anni. I pezzi sono neri, coperti di muschio. Questo significa che la struttura è lesionata dalle incrostazioni, e le fibre si staccano più facilmente. Scatto un paio di foto da allegare alla segnalazione e mi allontano.
    È una sensazione strana. È più di un ora che cammino fuori da ogni sentiero, in bilico tra schifo e bellezza. Sarebbe un posto perfetto, senza quei segni. Sarebbe una mattina perfetta. Chilometri in campagna senza incontrare nessuno, a parte il germano reale. Raggiungo lo spigolo di nord ovest delle mura. E mi fermo un attimo per decidere. Non solo non c’è sentiero, ma qui il terreno, o meglio il granito, comincia a farsi ripido e alla fine del dislivello inizia una vallata di macchia alta che a occhio e croce mi farà sputare l’anima prima di lasciarsi attraversare. Però indietro non ci voglio tornare. Ormai sono qui, a quasi metà del giro. Vado avanti.
    Qui il sole non è ancora arrivato. Sono le undici ma la pendenza e l’esposizione a nord ovest delle rocce tengono le superfici ancora in ombra. E il muschio sembra insaponato. Scivolo una prima volta e riesco a mala pena a tenere l’equilibrio e il cestino. Decido di rallentare e di ragionare su ogni passo, giusto per evitare di fracassarmi il cranio. Mentre scendo verso il fondo del canalone, tra le rocce sotto la muraglia vedo pezzi di motore, scheletri di divani letto con la rete a molle, bottiglie di vetro. E penso: ma cosa porta una persona a prendere un rifiuto ingombrante e a buttarlo in mezzo alla campagna? Che tipo di disordine interiore? Che genere di scollamento dal mondo? Dobbiamo rassegnarci a considerare, tutto questo, “paesaggio”? Certa violenza è parte integrante del “paese” che siamo. Prima o poi dunque, anche questa violenza potrebbe diventare, a buon diritto, “paesaggio”. Un pensiero mi consola: è tutta spazzatura vecchia, di dieci o anche vent’anni, come se dopo gli uomini avessero capito e avessero smesso di buttarla a casaccio in mezzo alla campagna, o come se fossero semplicemente scomparsi. Almeno da qui.
    Riprendo a concentrarmi su dove mettere i piedi. E per fare le cose più attentamente, prendo i funghi che avevo con me e li poggio in mezzo all’erba, vicino a delle ferule, pensando che saranno più utili così che dentro la mia compostiera, dove probabilmente sarebbero finiti.
    Dopo cinque minuti sono sul fondo. Davanti ho una specie di muro verde. Trovo una zona dove mi sembra di poter entrare e ci entro. Mi muovo a tre, quattro metri al minuto. Ogni tanto uso il coltello per tagliare qualche ramo di stracciabraghe, e nel frattempo mi grattugio per bene le braccia e la faccia. Ma va bene così. È una sensazione bellissima, a parte tutto. La tipica situazione in cui l’unica cosa che puoi fare è andare avanti. Sembra una cazzata, e forse lo è. Ma è una cazzata che non tutti amano fare. Dopo cinque minuti di intrico, trovo un passaggio aperto dai cinghiali. È una specie di tunnel che si perde nella macchia e ogni tanto si dirama. Decido di seguire un tratto che va in salita, perché mi sembra la cosa più logica. Rispetto a prima è una specie di autostrada. Infatti, dopo altri cinque minuti, sono dall’altra parte.
    Il resto del tragitto è quasi noioso. Macchia bassa, rocce, qualche prato e alla fine un sentiero e la strada asfaltata.
    Tornando alla macchina completo il giro delle mura: Caprera e Monte Moro sulla mia destra, Guardia Vecchia a sinistra.
    La torre se ne sta lì da due secoli e mezzo. Le sue fondamenta, almeno da otto.
    Chissà come saranno queste isole da qui ai prossimi duecentocinquanta anni.
    Chissà.


  • Un bellissimo profumo di libertà

    Sono giorni duri. Per chi conosce La Maddalena e legge i giornali, è facile capire a cosa mi riferisco. In nome dell’ambiente, della natura, si sta combattendo una guerra di posizione che vede in prima linea politici, funzionari, imprenditori. Pur facendo salva la buona fede di qualcuno (non di tutti), il quadro che ne viene fuori è che la difesa dell’ambiente possa anche essere una cosa ipocrita, e che chi la fa non sappia nulla dell’ambiente, nel senso dell’OIKÒS, dell’ambiente-casa che ci contiene. C’è chi dice di voler proteggere l’ambiente mentre sta solo proteggendo la propria ideologia o la propria figura, e poi dell’ambiente non conosce gli scorci, i dettagli, i profumi, le singole storie.

    Per fortuna mia esiste la domenica, ed esiste Caprera, che sarà possibile girare ancora in lungo e in largo, grazie anche a certe battaglie che sono felice di aver fatto. Spero di poter dire presto la stessa cosa per Budelli.  Sempre per quella stessa fortuna succede di passeggiare per Caprera e di sentire ancora il profumo più spettacolare di tutti: quello del fiore della Smilax aspera, o Salsapariglia, o Stracciabraghe. Avete presente il miele di castagno? Moltiplicatelo per dieci e avrete un’idea. Non è solo il profumo del fiore, però, è anche l’arrivarci con le gambe un po’ stanche, con la faccia accaldata che si prende qualche sferzata di vento fresco, con il braccio che prude per un graffio appena recuperato strisciando su un ramo; e c’è anche lo spalancato immenso azzurro del cielo, e le creste durissime del granito che ti circondano, e il mercato di profumi concorrenti, tutto intorno, a ondate che è impossibile fermare.  È un fiore piccolissimo quello della Smilax, che fa dei minuscoli grappoli biancastri. Ha un bellissimo profumo di libertà.